
BUONA FESTA DELLA DONNA

NEW YORK - Un'aragosta gigante (per essere precisi un astice americano, Homarus americanus) della venerabile età di 140 anni sarà riportato in mare dopo avere trascorso quasi due settimane in un ristorante di pesce di New York, esserne diventato la mascotte e aver rischiato, ovviamente, di finire in pentola. È grazie a un gruppo di attivisti per la protezione degli animali e a un cliente, Leggi ancora...
...e speriamo che l'astice non finisca nelle fauci di qualche predatore marino in attesa sui fondali.
Lunga vita al pluricentenario crostaceo!


...dimenticavo...BUON 2009!
L’ingranaggio della nostra umana esistenza, che ingloba ogni cosa, tutta la luce e tutta la musica, tutte le stravaganze del pensiero e le varianti del dolore, la piena dei ricordi e quello delle attese, è refrattario a una cosa soltanto: all’unità. In ogni sguardo lampeggiano segretamente mille sguardi che non vogliono apparentarglisi; ogni stupore, per bello e puro che sia, è turbato da mille ricordi, e persino nel dolore più silenzioso si avverte il sussurro di mille quesiti. L’ingranaggio, nella sua estrema sovrabbondanza ma anche povertà, accatasta il superfluo e rinnega l’insieme, crea un vortice di oggetti e un vortice di sentimenti, vortici che si fronteggiano, si scontrano e si travolgono facendoci percorrere, senza unità, il nostro cammino. L’ingranaggio mi concede le cose e le idee che le concernono; solo, non mi concede l’unità: mondo o io, non importa. Io, il mondo, noi – o meglio, io come mondo sono l’esaltato, ciò che non va colto, ciò che non va vissuto. Do al mucchio un nome e gli dico: mondo. Ma il mondo non è un’unità che viene vissuta. Do al mucchio un soggetto e gli dico: io. Ma il soggetto non è un’unità che viene vissuta. Nome e soggetto sono dell’ingranaggio, e mia è la mano che si tende – nel vuoto .Ma questo è il senso divino della vita umana, che l’ingranaggio è soltanto l’esterno rispetto a un interno vividissimo e ignoto, e che questo interno può negarsi solo alla conoscenza, figlia dell’ingranaggio, ma non all’anima che libera si leva in volo verso l’esperienza vivente.
E’ l’anima che riceve la grazia dell’unità, l’anima che si è tesa spasmodicamente per far saltare l’ingranaggio e ad esso sottrarsi. Che si imbatta in un uomo amabile oppure in un nudo paesaggio pietroso – la grazia s’accende su quest’uomo, su questo paesaggio pietroso, e l’anima non vive più un singolo evento, intorno al quale sciamano mille altri singoli eventi, non vive più la pressione di una mano o la vista di una roccia, ma sperimenta l’unità, il mondo: se stessa. Tutte le sue forze entrano in gioco, tutte le forze riunite e sentite come un’unica cosa, e nel mezzo di queste forze vive e rifulge l’essere umano amato, la pietra contemplata; l’anima sperimenta l’unità dell’io, e, in questa, l’unità di io e mondo: non più un singolo contenuto, ma ciò che vale infinitamente di più di tutti i contenuti.
(da "Confessioni estatiche" di Martin Buber)
Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.
(E. Montale da Ossi di seppia)

Ricchezza
Di contanti ne voglio tanti.
Sonanti, croccanti,fragranti.
Da tuffarmici dentro e nuotare
in un mar di contanti.
Fruscianti,leggeri e festanti.
Ne voglio tanti...
di baci in contanti.
Da un po’ avevo cominciato a nutrire dei dubbi sulla smania di consapevolezza che pervade i nostri giorni, avvertivo che c’erano degli “effetti collaterali”.
La frase di Dostoevskij ha confermato i miei sospetti. Una consapevolezza eccessiva fa male! Anche in questo caso, il troppo stroppia.
Si riaffaccia alla mente l’intento freudiano(“Dove c'era l'es, deve subentrare l'io”)di annettere alla coscienza territori inconsci. Confesso che quest’ipertrofia dell’Io mi dà inquietudine. Quali spazi saranno protetti dagli invadenti sguardi dell’occhiuta coscienza? Sarà una specie di Grande Fratello che intende illuminare con la luce della ragione i “sotterranei dell’anima”? Che brutte intenzioni!
L'intellettualizzazione può portare all'atrofia della sensibilità. Bisognerebbe ritrovare le radici del sentire, per risvegliarci empaticamente sintonizzati col mondo. La conoscenza s'incunea tra me e la carne del mondo ed allarga la crepa fino a che mi scollo completamente da essa. Si perde così il rapporto d’immediatezza con le cose, il corpo a corpo, e non mi rimane che un misero rapporto di tipo voyeuristico con la realtà. La analizzo, ma non la vivo, la guardo come si può guardare un fiume che ci scorre accanto, ma non riesco più a nuotare nelle sue acque...ad avvertire un brivido di piacere.Sono scollegato. Val la pena rischiare di perdere del tutto l’incoscienza, cosa ne sarà della spontaneità?
Non so, ecco cosa capitò al millepiedi di una favola:
Il millepiedi era tanto beato
finché il rospo burlone gli chiese:
in qual ordine muovi il tuo piede?
Ciò portò la sua mente in tal stato
che ancor giace in un fosso a pensare
come avesse mai fatto a camminare.
